Il disastro del Vajont ha rappresentato uno dei primi e più gravi errori che si siano potuti commettere nella storia dell’umanità. Era il 9 ottobre del 1963, ore 22:39, quando una massa di terra, fango e pietra scivola all’ interno di un bacino, considerato a quei tempi  la più grande opera ingegneristica di convogliamento delle acque ai fini della produzione di energia elettrica. La maestosa diga ad arco del Vajont, alta 261.60 m, larga 130 e costituita da 360.000 m3  di calcestruzzo. L’imponente corpo franoso staccatosi porta ad oggi un nome piuttosto significativo per la gente di quel luogo: Monte Toc. La parola Toc da quelle parti significa “pezzo marcio” quindi pericoloso. E Vajont significa “va giù”; con un’ottica di previsione, e con il senno di poi la denominazione stessa preannunciava tutto ciò che avvenne poco tempo dopo.  Vi furono delle avvisaglie piuttosto ignorate, il 4 novembre del 1960, si iniziò a procedere con alcune prove di invaso del bacino, si verificarono alcuni smottamenti allora definiti “di bassa rilevanza”, che comportarono una sinistra frattura a forma di “M” sul monte Toc; quella rappresentava la linea di distacco della “slavina di pietra” larga 2.5 km ed alta 700 m. Questa difficoltà di valutazione dettata anche da un’eccessivo ottimismo, adattato al fatto che si pensava che il piano inclinato di scivolamento fosse meno contiguo, fece tralasciare importanti dettagli di un’imminente tragedia. Venne anche effettuato un’incremento di quota dal livello del mare, in cui i progettisti scelsero di passare dalla quota di 667 m alla quota di 722.5 m, portando l’altezza totale della diga ad un valore di 261.60 m senza prevedere alcun piano di evacuazione in caso di ulteriori e di certo improvvisate frane.

Vajont
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Il bacino, a questo punto delle modifiche riusciva a contenere circa 168.715.00 m3 di acqua quindi il triplo di quella iniziale. La spinta idrodinamica che si riteneva sicura era a quota 650 m su 677 (primo progetto) , cioè 27 m più in basso, però la società che curava l’ appalto decise di portarla a 715 m  su 722.5 m, avendo solo un margine di sicurezza pari a 7.5 m, ovviamente se aumenta la superficie del bacino e di conseguenza a livelli vertiginosi la sua cubatura, si immagazzina più acqua e quindi si conquista una maggiore valutazione dell’impianto da parte dell’ ENEL. Il 14 marzo del 1963 si opera con l’ultima prova di invaso quasi indispensabile per garantirne il perfetto funzionamento. Si sceglie di calcare ulteriormente la mano: “invasare fino a 715 m” consapevoli che se l’acqua fosse scesa, la frana andava giù, provocando un’inevitabile tracimazione. Il giorno prima della tragedia si chiede un’ordinanza immediata di sgombero di tutta la zona, purtroppo era troppo tardi. Si corre ai ripari a questo punto ordinando uno svaso che avrebbe portato l’acqua ad una quota di sicurezza pari a 700 m, ma purtroppo la velocità con cui il corpo frana iniziava a mobilitarsi era maggiore rispetto a quella che sarebbe risultata da un “tempestivo” svasamento. Allo scoccare delle 22:39 del 9 ottobre tutta la “M” sul Toc ebbe il distacco e venne giù con una velocità incredibile, a giorni dalla tragedia si pronunciò questa famosa frase per descrirverne l’accaduto: “Il gigante dai piedi bagnati è stato colpito alle ginocchia”. La diga riuscì a sopportare l’urto idrodinamico dell’impatto, ma il bacino non  contenne l’immensa massa d’acqua. Si originò un’onda alta 250 m e larga più della diga stessa, l’energia potenziale aumentava sempre più, pian piano che l’altezza diminuiva, scalando i 300 m, trasformandosi a quota zero nettamente in energia cinetica, la cui velocità fu stimata superiore ai 100km/h, portando con se, massi, fango, detriti e resti umani che si incrementavano man mano che l’eccidio si concludeva. Cinquanta milioni di metri cubi d’acqua erano stati mobilitati, sacrificando migliaia di vite umane.

 

 

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