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Fracking è il termine utilizzato per indicare la tecnica della fratturazione idraulica, ideata agli inizi del Novecento, per estrarre principalmente shale gas (gas naturale “intrappolato” nelle rocce di scisto, cioè quelle presenti nel sottosuolo e che si sfaldano facilmente). Il fracking consiste nell’utilizzo di un fluido in pressione (di solito acqua) misto a sabbia, ghiaia e altri prodotti chimici per creare – prima – e propagare – poi – fratture nello strato roccioso del sottosuolo e causare l’emersione in superficie del gas. L’additivo solido nel fluido prende il nome di proppant e serve a mantenere ‘aperte’ le fessure provocate nella roccia anche al venir meno della pressione creata artificialmente.

Sostanzialmente, le fasi del fracking sono tre: trivellazione (il pozzo viene perforato orizzontalmente, in profondità, a circa 3.000 metri. Il canale così creato viene rivestito con un tubo di cemento nel quale si fanno saltare cariche esplosive per generare dei fori che lasceranno poi passare i liquidi e le sostanze chimiche nel terreno); pompaggio (completato il pozzo, vengono pompati nel terreno fino a 16.000 litri al minuto di liquidi in pressione. L’immissione di questi liquidi provoca spaccature nel terreno ‘liberando’ lo shale gas, il quale risale in superficie attraverso il tubo); raccolta (fuoriuscito il gas, viene convogliato in gasdotti ed inviato alla raffinazione).

Quali conseguenze provoca l’impiego di questa pratica? Innanzitutto richiede un dispendio di acqua enorme, comportando ‘costi’ ambientali significativi. Inoltre l’uso di sostanze chimiche potrebbe rivelarsi dannoso se dovesse contaminare le falde acquifere limitrofe all’area di estrazione; il 20% del liquido usato, infatti, resta nel sottosuolo. Un altro aspetto preoccupante sono le fughe di metano che potrebbero verificarsi durante la fase di estrazione/raccolta; in quest’ottica il fracking perderebbe il presunto vantaggio ambientale rispetto al carbone (in termini di minor inquinamento). Infine si teme possa esserci una correlazione tra il fracking e le scosse di terremoto. Quest’ultima, ad onor del vero, resta un’ipotesi (non essendovi, attualmente, dati scientifici sufficienti a dimostrarlo).

Proprio a causa di tutte queste ‘controindicazioni’ alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, vietano la pratica della fratturazione idraulica delle rocce di scisto, in attesa di maggiori informazioni circa le conseguenze ambientali da essa prodotte.

Per scoprire anche le implicazioni economiche e gli strumenti finanziari utilizzati per incentivare il business del fracking, Vi invitiamo a leggere l’articolo Il business del Fracking: una “bolla” non solo finanziaria scritto dal Dr. Leonardo Taronna, nostro responsabile per la branca di ingegneria finanziaria.

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